DOCUMENTI

28 Novembre 2007     Valtrompiaset Nr.27 del 26/11/2007:  "11 Novenbre 2007, nasce il Comitato Antiusura della Valle Trompia..."

 

12 Novembre 2007     Il Brescia: “Usura, la lotta parte dalla valle: noi, ex vittime, la sconfiggeremo”

 

9 Novembre 2007       Teletutto: su Brescia e i Bresciani “NASCE UN COMITATO CONTRO L’USURA”

 

7 Novembre 2007       Giornale di Brescia “COMITATO ANTIUSURA IN VALTROMPIA”

 

4 Novembre 2007       Teletutto: “NASCE UN COMITATO CONTRO L’USURA”

 

29 Ottobre 2007         Rai3 Regione: “NASCE IL PRIMO COMITATO CONTRO L’USURA DELLA PROVINCIA DI BRESCIA”

 

29 Ottobre 2007         Sul sito della Regione Lombardia: http://www.famiglia.regione.lombardia.it/np/notizia.asp?idnews=12249

 

29 Ottobre 2007         Bresciaoggi: “UN COMITATO CONTRO L’USURA”

 

26 Ottobre 2007         Giornale di Brescia: “USURA: NEI GUAI INSOSPETTABILI PENSIONATI”

 

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DE MASI, essere Imprenditori nella Legalità...c'è solo da imparare da Loro...
 

"Non si muore solo di mafia, si muore anche di banche". Questa è una storia di usura, dove a fare gli strozzini non sono dei delinquenti perseguiti dalla legge, ma il Sistema bancario, che si muove all'interno di un meccanismo "costituito e considerato legale". A parlare è Antonino De Masi, un imprenditore calabrese con sede aziendale all'interno del Porto di Gioia Tauro. Produce e brevetta macchine per la raccolta delle olive e le esporta in tutto il mondo: Israele, Grecia, Portogallo, Messico, Stati Uniti. Dà lavoro a 300 persone, ognuna di queste con famiglia, quasi tutte monoreddito: una fiorente realtà che rischia di morire a causa di un sistema di credito bancario che, dal 1997, gli ha imposto tassi d'interesse usurari.

Il meccanismo è semplice. I tanto menzionati fondi pubblici destinati al Mezzogiorno, di provenienza statale e comunitaria, prima di giungere ai reali destinatari, cioè gli imprenditori, passano attraverso le banche che ne hanno la gestione. E qui scatta l'usura. " Una volta iniziati i lavori, l'imprenditore - spiega De Masi - chiede alla banca l'anticipo del finanziamento pubblico a lui spettante. La risposta, contrariamente a quanto avviene nelle questioni burocratiche italiane, è celere perché, su queste anticipazioni, la banca calcola un tasso d'interesse tale da percepire picchi del 30-35% l'anno". E' quanto sostengono gli avvocati dell'imprenditore calabrese, Gianfranco Saccomanno e Carlo d'Inzillo, in un processo che ha visto rinviare a giudizio il gotha del Sistema Bancario italiano. L'inchiesta avviata nel 2004, in seguito a un esposto dell'imprenditore, vede sott'accusa 11 nomi eccellenti della finanza italiana, con in testa Cesare Geronzi, presidente di Capitalia, Luigi Abete, presidente della Bnl, e l'ex presidente della Banca Antonveneta, Dino Marchiorello. Rinviati a giudizio con l'accusa di usura dal gup del Tribunale di Palmi, Carlo Alberto Indelicati, su richiesta del pm Alberto Cianfarini. La Regione Calabria si è costituita parte civile, insieme al Comune di Rosarno e al Comune di Gioia Tauro, per danni morali, d'immagine e patrimoniali.

"Il denaro al Sud - spiega l'avvocato Saccomanno - costa quattro, cinque punti in più, perché considerato a rischio. Ma, in realtà, come dimostrano le carte processuali, costa il quadruplo in più. Il metodo applicato al Sud dagli Istituti di credito impone tassi non in linea al tasso globale medio e applicato a tutto il territorio nazionale, perchè adotta tassi leggermente inferiori al limite penalmente rilevante" Secondo quanto stabilito dalla legge 108/1996, al di là di una certa soglia gli interessi sono usurari. Non è usurario quello che supera la soglia del tasso d'interesse medio globale, ottenuto dalla media dei tassi regionali, ma è sempre usurario il tasso medio aumentato del 50%. Una percentuale garantista, voluta dalla Banca d'Italia, per permettere alle banche un cuscinetto di manovra per gestire i casi eccezionali di sforamento bancario. "Al Sud - chiarisce Saccomanno - questo avviene sistematicamente. Le banche inglobano, come dato fisso e non eccezionale, anche il 50% diminuendolo dello 0.1, che non fa scattare l'usura".

La beffa continua. Questo metodo non contempla le altre spese, quali le commissioni di massimo scoperto, che sono un costo ulteriore per l'imprenditore. Ci sono alcuni casi, aggiunge la giurisprudenza, dove il tasso d'interesse, anche se inferiore, è comunque usurario. E' il caso in cui il tasso delle commissioni di massimo scoperto genera un costo del denaro sproporzionato rispetto alla prestazione di denaro percepita dal cliente. Su richiesta del Gup Indelicati, si è proceduto ad una perizia per chiarire i movimenti dei conti correnti della ditta De Masi, affidata ad un funzionario di Bankintalia, che dovrebbe essere il controllore. L'indagine, del maggio 2006, ha rilevato l'effettivo abuso per usura in 15 trimestri, per quanto riguarda il solo tasso d'interesse, e ben 73 per la commissione di massimo scoperto. Un incidente probatorio che dovrebbe portare ad una veloce conclusione del processo."E' un caso giudiziario di portata storica - spiega l'avvocato D'Inzillo - il sistema di elargizione del credito, per la prima volta, è messo in stato d'accusa, dopo la trasformazione degli istituti bancari da pubblici a privati".

Ma, ad oggi, nulla è cambiato, anzi. Antonino De Masi subisce un meccanismo di cartello bancario per cui non ha l'accesso ai conti correnti e non può richiedere alcun finanziamento pubblico perché le banche gli hanno chiuso le porte. Titoli di pagamento, ricevute bancarie sono fermi nella sua cassaforte in quanto non spendibili. I suoi conti correnti sono attivi, ma solo per la Banca che accumula interessi, senza offrirgli alcun servizio. Così, il 10 febbraio, si è rivolto nuovamente alla Procura della Repubblica di Palmi, presentando un'altra istanza di concessione di sequestro preventivo di tutti i rapporti bancari esistenti con la Banca Antonveneta e la sospensione cautelare dei suoi vertici che, nonostante il procedimento penale in corso, perpetuano l'usura."Chi sono i proprietari delle banche - continua D'Inzillo - se non le lobby che gestiscono l'economia globale. Che, oggi, si dedichino pure all'usura è intollerabile".

" Questa - conclude l'imprenditore - non è la mia storia, ma quella degli imprenditori del Sud che, contrariamente al sottoscritto, stanno zitti, non perché siano codardi ma perché condizionati dalla situazione economica in cui grava il Sud, dove solo il sostegno delle banche permette l'accesso ai fondi pubblici di finanziamento". La famiglia De Masi è nota per essersi opposta alla ndrangheta. Oggi rischia di non superare la lotta contro le banche. Basti pensare che, per acquistare una macchina prodotta dal gruppo De Masi, si paga in anticipo e in contanti. Vuol dire stare fuori dal mercato globale, tra le aziende di tutto il mondo.

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5 NOVEMBRE 2007 (- 6 GIORNI ALLA 'NOSTRA' NASCITA)

...oggi e' un giorno importante perchè è stato arrestato il 'poco' signor Lo Piccolo, mafioso ricercato da tanto tempo, pluriomicida, specializzato in estorsione ed usura:

il nascente Comitato Antiusura della Valle Trompia plaude alle forze dell'ordine, nel ricordo delle migliaia di morti per mafia.

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AMPIO ECO SUI MEDIA LOCALI ALLA NOTIZIA DELLA NASCITA DEL COMITATO

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ESTORSIONI: TANO GRASSO, “UNA LEGGE PER DENUNCIA OBBLIGATORIA”

(ANSA) - PALERMO, 4 GIU –

Un disegno di legge che imponga alle vittime del racket di denunciare gli estorsori. È la proposta che la Federazione Antiracket Italiana, presieduta da Tano Grasso, farà al ministro dell'Interno Giuliano Amato nel corso di un incontro che si terrà giovedì al Viminale. Un'idea destinata a far discutere. Il provvedimento prevede che al taglieggiato che non dovesse rivolgersi alle forze dell'ordine per segnalare la richiesta di pizzo possano applicarsi sanzioni amministrative come l'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione o la chiusura temporanea dell'attività commerciale. «Non siamo più agli inizi degli anni Novanta - spiega Tano Grasso - quando la ribellione era un gesto eroico. Sono, ormai, in tanti a non pagare, in molte parti di Italia c'è un associazionismo forte che garantisce la sicurezza delle vittime e, soprattutto, le forze dell'ordine hanno raggiunto una forte sensibilità e una ottima professionalità». «In reati come l'estorsione - continua - l'acquiescenza ha conseguenze negative per tutti. Per chi ha il coraggio di non pagare, che si trova sovraesposto, e per tutto il mercato. Insomma,l'indifferenza non è più un fatto privato». Grasso precisa che la nuova previsione di legge non rientrerebbe nell'ambito del diritto penale. «La magistratura applica già l'ipotesi del favoreggiamento a chi nega le richieste di pizzo - continua - Io penso a un procedimento amministrativo simile a quello che si adotta per i possessori di stupefacenti». (ANSA).


 

ESTORSIONI:GRASSO(FAI), ”PUNIRE CHI NON DENUNCIA IL PIZZO” 

ANSA COMMERCIANTI, DUE VOLTE VITTIME (di Lara Sirignano) (ANSA) - PALERMO, 4 GIU –

Cedere al ricatto dell' estorsione non è più solo un fatto privato. Il commerciante che paga sovraespone chi ha il coraggio della denuncia e danneggia l'intero circuito economico. Un giudizio duro, espresso dalla Federazione Italiana Antiracket che, stavolta, però, non si limita alle stigmatizzazioni e arriva a proporre una legge che renda obbligatoria, per le vittime del pizzo, la denuncia. Pena, sanzioni amministrative come la chiusura dell'attività. Ma dal coro quasi unanime di politici e magistrati, favorevoli all'idea, seppure con alcuni distinguo, si leva il secco no delle potenziali vittime, commercianti e imprenditori, che dichiarano: «meglio la sanzione della denuncia». Nell'idea, Tano Grasso, presidente onorario della Fai, ci crede davvero. Tanto da farsene portavoce col ministro dell'Interno Giuliano Amato. «Non siamo più agli inizi degli anni Novanta - spiega -, l'epoca di Libero Grassi, quando la ribellione era un gesto eroico. Sono, ormai, in tanti a non pagare. In molte parti di Italia c'è un associazionismo forte che garantisce, insieme alle forze dell'ordine, la sicurezza delle vittime». «In reati come l'estorsione - continua - l'acquiescenza ha conseguenze negative per tutti. Insomma, l'indifferenza non è più un fatto privato». La denuncia obbligatoria, poi, non avrebbe nulla a che fare col codice penale. «Penso a un procedimento amministrativo simile a quello che si adotta per i possessori di stupefacenti», spiega. Le forze dell'ordine dovrebbero «girare» la notizia della condotta al prefetto che, dopo un colloquio con la vittima reticente, potrebbe applicare sanzioni come l'incapacità di contrattare con la pubblica amministrazione o la temporanea chiusura dell'attività. Ma, se sulla necessità di «incentivare la reazione delle vittime» magistrati, politici e esponenti delle associazioni di categoria sono sostanzialmente d'accordo, sul metodo le reazioni sono caute. Il presidente della commissione Antimafia Francesco Forgione e il pm della Dda di Palermo Maurizio De Lucia puntano il dito contro chi nasconde, dietro l'alibi della paura, una «convivenza omertosa» e propongono «premi» per chi al pizzo dice no. Diversa l'opinione di Nino Salerno, presidente di Confindustria Palermo e Rosanna Montalto, imprenditrice, responsabile del progetto 'Obiettivo legalita« di Confcommercio che, pur plaudendo a iniziative che spingano alla denuncia, ricordano che »chi paga è anche vittima e che commercianti e imprenditori nutrono un enorme senso di sfiducia nella classe politica da cui si sentono abbandonati«. Fanno muro, invece, i commercianti. »Sarebbe come pagare due volte il pizzo, prima alla mafia e poi allo Stato. Le istituzioni non ci aiutano, quindi anche la denuncia non serve a nulla«, dice Giuseppe Restivo, titolare di un negozio nel centro storico di Palermo, uno dei tanti a cui la proposta di Grasso proprio non piace. E a Palermo chi la pensa in modo diverso è davvero un'eccezione: come Francesco Bertolino che, oltre ad essere commerciante, è uno dei fondatori del comitato »Addiopizzo«.»È arrivato il momento - dice - di mettere lo Stato in condizione di difenderci e ciò può accadere solo se si verifica una precondizione che è la denuncia«. (ANSA).